Imprenditori sociali… che si fanno chiamare preti

ragazzini, ospiti della struttura cattolica ma finanziata con fondi regionali erano costretti a vivere in stabili senza finestre, fatiscenti, ammassati in pochi metri quadri, con bagni senza acqua calda. Spesso rimanevano anche senza cena. Ora la Procura ne ha disposto l’immediato sequestro. Ma il monsignore si difende e scarica le responsabilità.

Divani in terrazza per sfuggire al caldo e al tanfo che alberga nelle stanze. Foto di Marco Costanti Stanze stipate di letti che si toccano l’uno con l’altro. Corridoi sporchi. Impianti a vista. Vasche da bagno usate per lavare piatti e stoviglie. «Se trovassimo un minore in queste condizioni chiederemmo alla procura di toglierlo alla famiglia subito – dice un educatore – Ma qui la situazione è così». “Qui” è il centro di accoglienza per minori della Fondazione Unitas cattolica di Reggio Calabria, scelto e finanziato dalla Regione, per ospitare i ragazzi in stato di abbandono. A governarlo, è un amministratore delegato di nomina vescovile – monsignor Antonello Foderaro – affiancato da un consiglio di amministrazione, per metà nominato dalla Curia. Ma la Chiesa non ci mette un euro.

L’intera struttura funziona solo con soldi pubblici e donazioni. O meglio, funzionava fin quando la Questura, per ordine del procuratore capo Federico Cafiero de Raho e dell’aggiunto Gaetano Paci, non ne ha sequestrato gran parte, disponendo l’immediato trasferimento di una trentina di ragazzi dai 12 ai 17 anni egiziani, maliani e gambiani, a causa delle terribili condizioni in cui erano costretti a vivere. In attività è rimasta solo una piccola comunità,  umile ma dignitosa, che ospita minori italiani e comunitari. Quella per i ragazzi stranieri – si lascia scappare un operatore – «era un lager».

Fonte:disabiliabili.net

Marco Barbieri

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